Cauti con le nazionalizzazioni

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Allora dietrofront, nazionalizziamo? Per favore, evitiamo le soluzioni sbrigative, le ricette semplificate per partito preso. Le nazionalizzazioni e le privatizzazioni sono state nella storia d’Italia un bene, un male e una necessità, in tempi e modi diversi, scambiandosi spesso le parti.

Per cominciare, dopo l’unità d’Italia il partito delle nazionalizzazioni non fu la sinistra ma la destra storica, che credeva al primato dello Stato come motore della società. E quelle nazionalizzazioni furono necessarie e salutari al paese. L’Italia giolittiana del primo novecento ondeggiò tra le due linee, lasciando fuori i due estremi, il liberismo e il socialismo di Stato.

Fu il Fascismo a inventare la terza via, l’economia mista, lo Stato sociale e l’iniziativa privata sotto il primato dell’Economia nazionale e di uno Stato forte. Restò a mezz’aria la via corporativa, e solo in extremis, con la Repubblica sociale, si puntò sulla socializzazione e sulla cogestione delle aziende. Ma con gli anni trenta prese corpo l’Iri e fu avviato un gigantesco processo di modernizzazione grazie all’impulso di uno Stato sociale, interventista, ma non gestore, collettivista e sovietico. Beneduce fu l’uomo-simbolo di quella svolta con le partecipazioni statali. Le grandi opere e le tutele del lavoro fecero il resto.

Quel modello fu vincente, dette all’Italia sviluppo e grande impulso e proseguì anche dopo la guerra; l’Eni di Enrico Mattei fu il continuatore, ma anche la politica sociale di Fanfani sulla casa, e poi le pensioni, la cassa per i disoccupati e il Mezzogiorno, ecc. Non uscimmo dal sistema misto, tra capitalismo e stato. Nei primi anni sessanta col centro-sinistra arrivò la nazionalizzazione dell’energia elettrica e cominciò l’era delle statalizzazioni coi socialisti al governo. Ma col passare degli anni, la nazionalizzazione capovolse i suoi effetti benefici. Il parastato diventò una macchina mangiasoldi, sempre più costosa, inefficiente, parassitaria, vacca da mungere per i partiti, le clientele, e per caricare le aziende in perdita. Lo Stato entrò dappertutto, anche nei panettoni, e dove non entrava come azienda, vi entrava come paracadute, con la cassa integrazione, poi la rottamazione, gli incentivi, i fondi perduti. Costi esorbitanti e prestazioni pessime.

Da lì cominciò nel ’92 la campagna di privatizzazione d’Italia, sancita col trattato di Maastricht in vista dell’Europa. All’epoca dirigevo l’Italia settimanale, che fu l’unico a dare notizia della spartizione del patrimonio pubblico italiano avviata in un week end di giugno a bordo dello yatch Britannia, che batteva bandiera inglese. Tutta la classe dirigente che poi avrebbe traghettato l’Italia – da Prodi ad Amato, da Ciampi a Draghi – si ritrovò coinvolta in quel processo. Privatizzazioni, svendite, cessioni. Il braccio armato della privatizzazione fu proprio la sinistra, ex-Pci, che ora si poneva al servizio del Capitale, ricevendo in cambio sostegno per governare. Fu un patto di legittimazione reciproca che si era profilato già nel ’73 con la Fiat, la Cgil, il Pci, i partiti laici, mezza Dc e la Confindustria. Nel patto degli anni ’90 si svendettero molti nostri marchi e aziende a gruppi stranieri, ma trassero vantaggi anche alcuni grandi gruppi capitalistici italiani – che succhiavano profitti statali e nazionali per poi rigiocarsi in chiave globale e transnazionale, magari anche come sede fiscale, manodopera a più basso costo e infine management. Privatizzazioni, delocalizzazioni e marchi ceduti alle multinazionali smantellarono il sistema Italia. Lo statalismo fu la malattia dell’Italia consociativa, la privatizzazione fu la tomba del sistema Italia.

In linea di principio è giusto che i settori primari di una nazione, dove sono in gioco gli interessi generali e la tutela dei più deboli, siano nelle mani dello Stato. O in subordine che siano gestiti dai privati ma col severo controllo pubblico, nel nome del bene comune. La salute e il sistema sanitario, la scuola e la pubblica istruzione, i trasporti essenziali e le vie di comunicazione, la sicurezza interna e internazionale, fino al caso-limite del servizio pubblico radiotelevisivo. Improprio è invece lo Stato gestore diretto nell’economia, lo Stato che si sostituisce al privato nella produzione: qui di solito combina disastri, almeno se si tratta di una democrazia sbracata e corrotta, demeritocratica e inefficiente come la nostra. L’ideale del principe, diceva già Silla ai tempi di Roma antica, non è avere denaro ma avere potere su chi ha denaro: la politica, lo stato, la nazione sovraordinati rispetto all’economia, alla finanza e alla produzione. Primato della politica ma al servizio della nazione.

Allora, per tornare al tema di partenza, non si tratta di nazionalizzare random o per rabbia, come si ventila per le autostrade o per Alitalia, e tanto più di farlo a scapocchia, senza una visione e un piano generale. È una soluzione da non escludere a priori, e in certi casi, con precise cautele, si può adottare; ma non è il primo rimedio e soprattutto non può essere la scelta generale.

Nei settori vitali di un paese, ad alto interesse sociale e nazionale, il privato riceve in concessione ambiti importanti ma poi deve dar conto di quel che fa e di come lo fa, va controllato e in certi casi guidato, pena la decadenza dell’affidamento. Perché il fine supremo dev’essere – come dicevano i romani – la salute della res publica, l’interesse generale. Dunque, sono legittimi gli interessi privati fino a che non contrastano con l’interesse generale. Il profitto è legittimo fino a che non danneggia il bene comune. Norma semplice, chiara, elementare anche se così difficile da applicare…

Per nazionalizzare ci vuole alle spalle una Nazione. E uno Stato in forma, una visione organica e lungimirante di una classe dirigente, un passato e un futuro comuni e comunitari. Cauti con gli slogan, per favore, non state giocando al Monopoli. L’impressione è che i nonni costruirono, i padri si arricchirono, i figli sbaraccarono e i nipoti giocano all’acchiapparella tra le macerie.

MV, Il Tempo 23 agosto 2018

la svendita delle nostre aziende

Chi ha tradito l’economia italiana nel 1992 svendendo le grandi aziende di stato ed I settori strategici della nostra economia ?
Tangentopoli fu un complotto nel quale la magistratura fu il braccio armato di pezzi della finanza internazionale che voleva una politica debole e delegittimata per comprare a basso costo la nostra economia ?

FATE GIRARE PERCHÉ GLI ITALIANI SAPPIANO I RETROSCENA DEL CROLLO DEL PONTE MORANDI: Giornalista d’inchiesta svela importanti retroscena su Autostrade per l’italia:

Partiamo dall’inizio. Perché una società strategica per gli italiani, con un fatturato annuo di oltre 6 miliardi di euro e introiti certi – che sono aumentati vertiginosamente negli anni com’era prevedibile – sia stata ceduta ad imprenditori privati ?

Facciamo un passo indietro: e’ il 1992 il Cartello finanziario internazionale mette gli occhi e le mani sul nostro paese con la complicità e la sudditanza di una nuova classe politica imposta dal Cartello stesso. Il loro compito è quello di cedere le banche ed i gioielli di Stato italiani ai potentati finanziari internazionali anche attraverso il filtro di imprenditori nostrani. E’ l’anno della riunione sul Britannia quando il gotha della finanza internazionale attracca a Civitavecchia con uno yacht della Corona inglese. Sono venuti a ridisegnare il capitalismo in italia a danno degli italiani, a fare incetta delle nostre migliori aziende e ad arruolare quelli che saranno i loro fedeli servitori al Governo del paese a cui garantiranno incarichi di prestigio: il maggior beneficiario sarà Mario Draghi ma tra i più servili Prodi, Andreatta, Ciampi, Amato, D’alema. I primi 3 erano già entrati a pieno titolo nel Club Bilderberg, nella Commissione Trilaterale ed in altre organizzazioni del capitalismo speculativo anglo/americano che aveva deciso di attaccare e conquistare il nostro paese con l’appoggio di spietate banche d’affari come la Goldman Sachs che favorirà gli incredibili scatti di carriera dei suoi ex dipendenti: Prodi e Draghi prima e Mario Monti dopo.

E’ l’anno in cui in soli 7 giorni cambiano il sistema monetario italiano che viene sottratto dal controllo del Governo e messo nelle mani della finanza speculativa. Per farlo vengono privatizzati gli istituti di credito e gli enti pubblici compresi quelli azionisti della Banca D’Italia, è l’anno in cui viene impedito al Ministero del Tesoro di concordare con la Banca d’Italia il tasso ufficiale di sconto (costo del denaro alla sua emissione) che viene quindi ceduto a privati. E’ l’anno della firma del Trattato di Maastricht e l’adesione ai vincoli europei. In pratica è l’anno in cui un manipolo di uomini palesemente al servizio del Cartello finanziario internazionale ha ceduto ogni nostra sovranità.
Bisognava passare alle aziende di Stato, l’attacco speculativo di Soros che aveva deprezzato la lira di quasi il 30% permetteva l’acquisto dei nostri gioielli di Stato a prezzi di saldo e così arrivarono gli avvoltoi.
La maggior parte delle nostre aziende statali strategiche passò in mano straniera o comunque fu privatizzata. Ma la cosa più eclatante fu che l’IRI (istituto di ricostruzione industriale) che nella pancia alla fine degli anni ’80 aveva circa 1000 società, fiore all’occhiello del nostro paese fu smembrata e svenduta con la complicità del suo Presidente storico Romano Prodi (dal 1982 al 1989 e durante un periodo tra il 1993 ed il 1994) che fu premiato dal Cartello che favorì la sua ascesa alla Presidenza del Consiglio in Italia e poi alla Commissione Europea. A sostituirlo come Presidente del Consiglio in Italia e a continuare il suo lavoro di smembramento delle aziende di Stato ci penserà Massimo D’Alema che nel 1999 favorirà la cessione, tra le altre, di Autostrade per l’Italia e Autogrill alla famiglia Benetton, che di fatto hanno, così, assunto il monopolio assoluto nel settore del pedaggio e della ristorazione autostradale. Una operazione che farà perdere allo Stato italiano miliardi di fatturato ogni anno.

Le carte ci dicono che in quegli anni il Presidente dell’IRI era tale Gian Maria Gros-Pietro.
Lo conoscevate ? Io credo di no. Invece il Cartello finanziario speculativo lo conosceva bene e nel 2001 lo convocò alla riunione del Bilderberg in Svezia, indovinate insieme a chi ? Insieme a Mario Draghi e ad un certo Mario Monti entrambi saranno ampiamente ripagati dal Cartello stesso che in futuro riuscì a piazzare Draghi alla Banca d’Italia e poi alla BCE e Mario Monti dalla Goldman Sachs alla Commissione Europea e poi a capo del Governo (non eletto) in Italia.

E che cosa ne è stato di Gian Maria Gros Pietro ? qui viene il bello. Qui arriviamo al tema di questo post.
Gian Maria Gros-Pietro, che già nel fatidico 1992 era Presidente della Commissione per le Strategie industriali nelle privatizzazioni del Ministero dell’Industria, nel 1994 diviene membro della Commissione per le Privatizzazioni istituita indovinate da chi ? da Mario Draghi. Ora capite come lavora il Cartello finanziario speculativo per mettere tentacoli ovunque e per far si che ci sia sempre un proprio esponente nei ruoli chiave. Ma non finisce qui. Come abbiamo visto nel 1997 Gross Pietro è Presidente dell’Iri mentre viene organizzata la cessione a prezzi di saldo di Autostrade per l’italia che avverrà nel 1999 col passaggio al Gruppo Atlantia s.p.a, controllata da Edizione srl, la holding di famiglia dei Benetton.
Gros-Pietro firma la cessione, la famiglia Benetton gli strizza l’occhio.
Cosa voleva dire metaforicamente quella strizzatina d’occhio ?

Ora immaginate l’inimmaginabile.
Cosa accade nel 2002 ? Gian Maria Gros-Pietro, dopo aver gestito la privatizzazione dell’Eni andrà a presiedere per quasi 10 anni indovinate che cosa?… proprio la Atlantia S.p.a, la società alla quale solo tre anni prima, come dipendente pubblico, aveva svenduto la gestione dei servizi autostradali italiani.
Le jeux sont fait.

A questo punto proviamo a leggere i termini del contratto di concessione della rete autostradale. Mi dispiace cari amici. Non si può. Sono stati coperti da segreto di Stato manco si trattasse di una riservatissima operazione militare.
Ma com’è stato svolto in questi anni il servizio di manutenzione ordinaria da parte dei concessionari di Autostrade per l’Italia ?
La macabra risposta è descritta nei tragici eventi di Genova e non solo.
Leggendo quanto emerge dalla relazione annuale (2017) sull’attività del settore autostradale in concessione pubblicata sul sito del Ministero e dei trasporti si evince una crescita esponenziale del fatturato (quasi 7 miliardi) e dei pedaggi. In calo solo gli investimenti (calati addirittura del 20%) e la spesa per manutenzioni in controtendenza rispetto alla logica che dovrebbe prevedere un aumento dei costi della manutenzione contestualmente all’aumento del traffico. Ma la sicurezza degli automobilisti è stata messa in secondo piano rispetto alla massimizzazione dei profitti già di per se abnormi.
E com’è andata invece con gli interventi straordinari ad opera dei Ministeri preposti ?
Non c’erano soldi da destinare ad interventi straordinari seppur richiesti dagli esperti a causa dei vincoli di bilancio da rispettare e imposti dal pareggio di bilancio.
Quali vincoli ? Quelli europei. E da chi sono stati imposti questi vincoli ? dal Trattato di Maastricht del 1992, da quello di Lisbona del 2007 e dal pareggio di bilancio in costituzione del 2011. E chi li ha voluti ? Indovinate ? Nell’ordine Romano Podi, Massimo D’alema, Mario Monti, con l’appoggio esterno di Mario Draghi.Torna la cricca al completo.
Ma non erano quelli che insieme partecipavano alle organizzazioni del Cartello finanziario speculativo che voleva far crollare il nostro paese ?
Esattamente. Il cerchio si chiude.

Solidarietà alle vittime di Genova. Per il crollo del ponte autostradale.
Solidarietà agli italiani per il crollo annunciato e pianificato del loro paese.

Parte del testo è tratta dal libro/inchiesta La Matrix Europea di Francesco Amodeo

ponte della magliana

Omniroma-PONTE MAGLIANA, RENDINA-QUARZO-VOLPI (FDI): “AMMINISTRAZIONE INTERVENGA”
(OMNIROMA) Roma, 20 AGO – “Dopo la visita di qualche giorno fa, oggi siamo tornati con alcuni residenti, lato IX municipio, sotto il viadotto della Magliana, che riversa in uno stato, almeno apparente, di assoluto abbandono, chiediamo a Roma Capitale, di intervenire in maniera celere. Cosi che si possa tranquillizzare la cittadinanza di questo quadrante, molto preoccupata e confusa, sulla reale situazione del viadotto della Magliana”. Lo dichiarano in una nota Paolo Rendina (Dir. Fdi Roma), Giovanni Quarzo (direzione nazionale Fdi) e Andrea Volpi (capogruppo Fdi città metropolitana Roma Capitale).
red

201824 AGO 18

Trafficanti di esseri umani in crisi

http://www.secoloditalia.it/2018/07/migranti-la-linea-dura-italiana-ha-messo-in-crisi-i-trafficanti-ecco-i-loro-piani-alternativi/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=nl

Ha proprio ragione Matteo Salvini quando dice che è finita la “pacchia”. Ma non per i migranti bensì per i trafficanti di esseri umani. La linea dura del governo comincia a pagare. E non solo sul fronte degli arrivi (e della conseguente redistribuzione dei migranti tra i Pesi europei), ma anche su quello delle partenze. Per gli scafisti è crisi nera. E gli effetti cominciano a vedersi. Nell’ultime mese, il numero delle persone che salgono sui barconi per raggiungere le coste italiane s’è «più che dimezzato». A rilevarlo è il Corriere della Sera, che ha raccolto i pareri di diversi giornalisti libici. «La cruda verità -osservano- è che la politica del nuovo governo italiano ha cambiato la situazione sul campo. La quasi sparizione delle navi delle Organizzazioni non governative, oltre alla nuova strategia dei respingimenti e dei porti chiusi voluta da Roma ha di fatto ridotto i flussi al lumicino».

E così il porto di Sabratha si svuota. Ora che le navi delle Ong non pattugliano più le acque internazionali in attesa di avvistare i gommoni, ricompaiono i barconi di legno, come quello che è arrivato prima davanti a Malta e poi fin in acque italiane, davanti alle coste di Linosa prima di essere soccorso dalla nostra Guardia di Finanza e i cui migranti sono ora davanti a Pozzallo. Sono più adatti a fare viaggi lunghi, ma sono più visibili ai radar dei guardiacoste, pronti a riportare indietro i migranti. Questi dati sono confermati dalla guardia costiera libica, secondo cui «il nuovo governo italiano ha fatto bene a fermare le Ong, che nei fatti erano funzionali alla tratta» .

Come rispondono gli scafisti a questa nuova situazione? I loro piani alternativi prevedono di spostare i loro immondi traffici in Tunisia e Marocco. Dovunque vadano è però certo che la musica è cambiata. I buonisti sono serviti.

Sovranità economica e politica dei popoli

http://m.ilgiornale.it/news/2017/04/30/ecco-i-quattro-fronti-della-battaglia-populista/1391395/

L’unica novità politica del terzo millennio è la diffusione del populismo. Categoria non nuova, in verità, sempre bistrattata, ma negli ultimi anni dilagante. Il populismo ha un nemico, il sistema globalitario, che è l’incrocio di due retaggi, uno che proviene dalla destra economica e l’altro che proviene dalla sinistra ideologico-politica; il sistema globalitario è infatti la somma di liberismo, tecnocrazia e mercatismo e di progressismo radical, politically correct e internazionalismo. Da una parte il liberismo separato dal profilo nazional-conservatore, che era invece presente nella Thatcher e in parte in Reagan; e dall’altra il progressismo separato dalla lotta di classe proletaria che invece era preminente al tempo del comunismo. Le due prospettive confluiscono nel globalitarismo, il nuovo totalitarismo molecolare dei nostri tempi, fondato sul dominio della tecnocrazia e del mercato globale da una parte e sull’ideologia bioetica e radicale dall’altra: niente più confini tra sessi, tra popoli, tra nazioni, tra culture, ma sconfinamenti, emancipazioni e mutazioni, anche transgeniche. Atomi, automi e flussi di massa.

Il populismo è la risposta al sistema globalitario e alle sue oligarchie economico-finanziarie, tecnocratiche e intellettuali. È saltato lo schema che opponeva il modello capitalista della crescita infinita al sogno anticapitalista della decrescita felice. Siamo dentro il neo-capitalismo ma viviamo il tempo della decrescita infelice; il populismo reagisce al declino economico-sociale e al tradimento della sinistra nel rappresentare i ceti popolari. E insieme reagisce al soffocante e ipocrita canone del politically correct, i suoi totem e tabù, i suoi pregiudizi e la sua intolleranza verso le opinioni difformi che sconfina nel codice penale, oltre che nell’oscuramento politico e mediatico. Rappresenta la voglia di tornare alla realtà.

Quali sono i fronti che si aprono col populismo?

Direi soprattutto quattro. Il primo è la sovranità, ovvero la rivendicazione della sovranità popolare, nazionale, politica ed economica rispetto alle oligarchie dominanti. Rivendicare la sovranità non vuol dire semplicemente che il popolo è la fonte della legittimazione democratica, ma vuol dire anche che l’identità, le tradizioni, le storie e le culture dei popoli non sono fattori secondari, labili e residuali ma sono i fondamenti di un popolo che è nazione e di una società che è una civiltà, con un’origine e un destino. È necessario il passaggio dalla pulsione populistica alla visione comunitaria.

Il secondo tema, intrecciato al primo, è la cura prioritaria degli interessi nazionali anche sul piano economico, e dunque la necessità di proteggere e tutelare le economie locali e nazionali, i ceti popolari, i prodotti autoctoni dalla globalizzazione del commercio e del lavoro. I mercati svolgono una funzione positiva dentro le società; ma le società dentro i mercati sono una patologia e i valori di mercato diventano i valori della società. Non si tratta di tornare a economie autarchiche ma di interpretare con duttile intelligenza l’economia tutelata contro la concorrenza sleale e il colonialismo economico, come Trump sta cercando di fare negli Usa che pure furono il principale veicolo della globalizzazione.

Terzo fronte, la difesa dei confini contro l’abbattimento di filtri e frontiere in ogni campo e il dilagare dei flussi migratori. È la politica di prossimità: vengono prima nella solidarietà i concittadini, i connazionali e poi a seguire gli altri. Amare il prossimo ma a partire da chi ti è più prossimo, cioè più vicino; prima i famigliari, poi i concittadini, infine gli estranei. È una legge naturale di ogni epoca e di ogni società, un principio di autoconservazione dei popoli. I confini non sono muri ma soglie, frontiere aperte al confronto e al conflitto; sono il senso del limite di popoli e Stati, ma anche di persone e comunità, contro il male della dismisura.

Infine, quarto fronte, la tutela della famiglia costituita da padre, madre e i loro figli. E dunque difesa della vita, della nascita, delle unioni secondo natura, civiltà e tradizione. La famiglia non è una convenzione cristiano-borghese: ogni civiltà ha fondato sulla famiglia la propria struttura sociale primaria e il primo architrave formativo. È la difesa dei valori tradizionali legati alla famiglia, al diritto naturale e alla tutela dei più deboli, che sono i vecchi e i bambini e non le minoranze sessuali o gli extracomunitari clandestini.

Quali sono viceversa i limiti dell’onda populista? La semplificazione demagogica, l’avventurismo e l’improvvisazione, la prevalenza della paura e del rancore, la convinzione di poter risolvere i problemi affidandosi a un Capo, magari d’investitura televisiva, che abbia col popolo un rapporto diretto e immediato, in cui si possa fare a meno di una classe dirigente, di un’élite. In realtà non esiste l’autogoverno del popolo, la democrazia popolare è un’utopia: l’unica distinzione realistica è tra governi dei pochi nell’interesse dei pochi, ossia le oligarchie; e governi dei pochi nell’interesse dei tanti, ossia le aristocrazie. Il populismo è efficace nella denuncia emotiva e nella protesta; assai meno sul piano della proposta e della capacità di governare il futuro.

Il compito arduo dei nazionalpopulismi è dotarsi di una visione, una cultura, riconoscere eredità, compiere una rivoluzione conservatrice e insieme formare, selezionare e premiare i migliori, ossia coloro che guideranno i popoli, classi dirigenti e non dominanti. La politica ha bisogno di alta motivazione e perciò non può che attingere al mito, che è racconto di fondazione e proiezione futura.

In questo quadro si tratta di ripensare l’esperienza europea. Il problema è rimettere in piedi l’Europa, cioè di capovolgerla. Finora l’Europa ha pensato con le gambe la tecnica e la finanza e ha camminato a testa in giù: si tratta invece di partire dalla civiltà, dalla storia e dalla geopolitica, e dalla sua unità militare, strategica e geopolitica. E non dai parametri finanziari e merceologici, che sono conseguenze ma non priorità o presupposti. Il futuro dell’Europa è legato a un nuovo assetto confederale, comunitario nelle sue differenze, duttile sul piano economico e monetario, coeso sul piano della politica estera e della capacità di fronteggiare in modo unitario le emergenze europee comuni come il terrorismo o i flussi migratori. L’Europa si poteva intendere in due modi diversi: come integrazione degli Stati nazionali e risposta e argine al sistema globalitario o all’opposto come dis-integrazione degli Stati nazionali e gradino verso il globalitarismo. È stata scelta questa seconda strada e noi oggi scontiamo gli effetti di quell’errore.

In fin dei conti, e da qualunque verso si parta, la scommessa verte sulla civiltà.

Qualche riflessione sull’accesso ai fondi fus per chi si occupa di cultura

http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2018/07/14/cambia-il-governo-ma-al-fus-non-cambia-nulla/

Spero che tutti i parlamentari di centrodestra si attivino per non consentire di prolungare per tre anni il governo del pd di cui non sentiamo la mancanza!

qui il testo dell’articolo:

L’attività di moltissimi artisti e operatori culturali, che hanno in questi anni contribuito a diffondere e rilanciare l’immagine dell’Italia nel mondo generando un indotto economico che in termini di pil vale lo 0,7 per cento di ricavi per lo Stato, purtroppo oggi è stata penalizzata dall’esclusione dell’accesso ai fondi FUS nel triennio 2018/20.

I numeri ci dicono quanto il nostro patrimonio culturale costituisca un volano essenziale per la crescita economica del Paese e un traino per altri settori, ma quando il merito viene azzerato per rispondere a interessi di parte, penalizzando produzioni culturali eccellenti, è giusto pretendere maggiore chiarezza.

La discrezionalità nella scelta dei progetti assegnatari, infatti, sta facendo emergere un quadro allarmante, perché ha prodotto la cancellazione di realtà storiche della danza, del teatro e dello spettacolo dal vivo che costituiscono un asset strategico del nostro brand Italia. Per questo motivo abbiamo ritenuto di denunciare la situazione al ministro Bonisoli in occasione dell’audizione congiunta alla Camera.

Proprio il ministro alla Cultura si è insediato nel momento in cui il suo predecessore, Dario Franceschinicon un colpo di coda nominava le commissioni che in fretta e furia hanno indirizzato  la scena culturale italiana per i prossimi tre anni con la beffa che le risorse saranno assegnate con la gestione del nuovo governo.

Un’anomalia che andrebbe sanata e per la quale ci saremmo aspettati che Bonisoli intervenisse in autotutela per ridurre il contenzioso per le amministrazioni statali, nominando una commissione super partes che verificasse i criteri di assegnazione e intervenisse, secondo la legge, per riequilibrare i fondi assegnati.

Quando la scena culturale è per tre anni ipotecata dal ministro uscente, forse un governo di discontinuità dovrebbe intervenire se non per discutere la forma, quantomeno per verificare la trasparenza dei lavori.

D’altra parte, dal modo in cui valorizziamo le nostre tradizioni, i nostri monumenti, la nostra storia, dipende in maniera significativa la reputazione stessa del nostro Paese e mettere in relazione la cultura con questi processi di sostenibilità costituisce la chiave di volta per ridefinire la nostra posizione competitiva nel panorama internazionale. Insomma, questo sedicente governo del cambiamento sembra ispirato al Gattopardo, per cui tutto deve cambiare perché nulla cambi.