Trafficanti di esseri umani in crisi

http://www.secoloditalia.it/2018/07/migranti-la-linea-dura-italiana-ha-messo-in-crisi-i-trafficanti-ecco-i-loro-piani-alternativi/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=nl

Ha proprio ragione Matteo Salvini quando dice che è finita la “pacchia”. Ma non per i migranti bensì per i trafficanti di esseri umani. La linea dura del governo comincia a pagare. E non solo sul fronte degli arrivi (e della conseguente redistribuzione dei migranti tra i Pesi europei), ma anche su quello delle partenze. Per gli scafisti è crisi nera. E gli effetti cominciano a vedersi. Nell’ultime mese, il numero delle persone che salgono sui barconi per raggiungere le coste italiane s’è «più che dimezzato». A rilevarlo è il Corriere della Sera, che ha raccolto i pareri di diversi giornalisti libici. «La cruda verità -osservano- è che la politica del nuovo governo italiano ha cambiato la situazione sul campo. La quasi sparizione delle navi delle Organizzazioni non governative, oltre alla nuova strategia dei respingimenti e dei porti chiusi voluta da Roma ha di fatto ridotto i flussi al lumicino».

E così il porto di Sabratha si svuota. Ora che le navi delle Ong non pattugliano più le acque internazionali in attesa di avvistare i gommoni, ricompaiono i barconi di legno, come quello che è arrivato prima davanti a Malta e poi fin in acque italiane, davanti alle coste di Linosa prima di essere soccorso dalla nostra Guardia di Finanza e i cui migranti sono ora davanti a Pozzallo. Sono più adatti a fare viaggi lunghi, ma sono più visibili ai radar dei guardiacoste, pronti a riportare indietro i migranti. Questi dati sono confermati dalla guardia costiera libica, secondo cui «il nuovo governo italiano ha fatto bene a fermare le Ong, che nei fatti erano funzionali alla tratta» .

Come rispondono gli scafisti a questa nuova situazione? I loro piani alternativi prevedono di spostare i loro immondi traffici in Tunisia e Marocco. Dovunque vadano è però certo che la musica è cambiata. I buonisti sono serviti.

Sovranità economica e politica dei popoli

http://m.ilgiornale.it/news/2017/04/30/ecco-i-quattro-fronti-della-battaglia-populista/1391395/

L’unica novità politica del terzo millennio è la diffusione del populismo. Categoria non nuova, in verità, sempre bistrattata, ma negli ultimi anni dilagante. Il populismo ha un nemico, il sistema globalitario, che è l’incrocio di due retaggi, uno che proviene dalla destra economica e l’altro che proviene dalla sinistra ideologico-politica; il sistema globalitario è infatti la somma di liberismo, tecnocrazia e mercatismo e di progressismo radical, politically correct e internazionalismo. Da una parte il liberismo separato dal profilo nazional-conservatore, che era invece presente nella Thatcher e in parte in Reagan; e dall’altra il progressismo separato dalla lotta di classe proletaria che invece era preminente al tempo del comunismo. Le due prospettive confluiscono nel globalitarismo, il nuovo totalitarismo molecolare dei nostri tempi, fondato sul dominio della tecnocrazia e del mercato globale da una parte e sull’ideologia bioetica e radicale dall’altra: niente più confini tra sessi, tra popoli, tra nazioni, tra culture, ma sconfinamenti, emancipazioni e mutazioni, anche transgeniche. Atomi, automi e flussi di massa.

Il populismo è la risposta al sistema globalitario e alle sue oligarchie economico-finanziarie, tecnocratiche e intellettuali. È saltato lo schema che opponeva il modello capitalista della crescita infinita al sogno anticapitalista della decrescita felice. Siamo dentro il neo-capitalismo ma viviamo il tempo della decrescita infelice; il populismo reagisce al declino economico-sociale e al tradimento della sinistra nel rappresentare i ceti popolari. E insieme reagisce al soffocante e ipocrita canone del politically correct, i suoi totem e tabù, i suoi pregiudizi e la sua intolleranza verso le opinioni difformi che sconfina nel codice penale, oltre che nell’oscuramento politico e mediatico. Rappresenta la voglia di tornare alla realtà.

Quali sono i fronti che si aprono col populismo?

Direi soprattutto quattro. Il primo è la sovranità, ovvero la rivendicazione della sovranità popolare, nazionale, politica ed economica rispetto alle oligarchie dominanti. Rivendicare la sovranità non vuol dire semplicemente che il popolo è la fonte della legittimazione democratica, ma vuol dire anche che l’identità, le tradizioni, le storie e le culture dei popoli non sono fattori secondari, labili e residuali ma sono i fondamenti di un popolo che è nazione e di una società che è una civiltà, con un’origine e un destino. È necessario il passaggio dalla pulsione populistica alla visione comunitaria.

Il secondo tema, intrecciato al primo, è la cura prioritaria degli interessi nazionali anche sul piano economico, e dunque la necessità di proteggere e tutelare le economie locali e nazionali, i ceti popolari, i prodotti autoctoni dalla globalizzazione del commercio e del lavoro. I mercati svolgono una funzione positiva dentro le società; ma le società dentro i mercati sono una patologia e i valori di mercato diventano i valori della società. Non si tratta di tornare a economie autarchiche ma di interpretare con duttile intelligenza l’economia tutelata contro la concorrenza sleale e il colonialismo economico, come Trump sta cercando di fare negli Usa che pure furono il principale veicolo della globalizzazione.

Terzo fronte, la difesa dei confini contro l’abbattimento di filtri e frontiere in ogni campo e il dilagare dei flussi migratori. È la politica di prossimità: vengono prima nella solidarietà i concittadini, i connazionali e poi a seguire gli altri. Amare il prossimo ma a partire da chi ti è più prossimo, cioè più vicino; prima i famigliari, poi i concittadini, infine gli estranei. È una legge naturale di ogni epoca e di ogni società, un principio di autoconservazione dei popoli. I confini non sono muri ma soglie, frontiere aperte al confronto e al conflitto; sono il senso del limite di popoli e Stati, ma anche di persone e comunità, contro il male della dismisura.

Infine, quarto fronte, la tutela della famiglia costituita da padre, madre e i loro figli. E dunque difesa della vita, della nascita, delle unioni secondo natura, civiltà e tradizione. La famiglia non è una convenzione cristiano-borghese: ogni civiltà ha fondato sulla famiglia la propria struttura sociale primaria e il primo architrave formativo. È la difesa dei valori tradizionali legati alla famiglia, al diritto naturale e alla tutela dei più deboli, che sono i vecchi e i bambini e non le minoranze sessuali o gli extracomunitari clandestini.

Quali sono viceversa i limiti dell’onda populista? La semplificazione demagogica, l’avventurismo e l’improvvisazione, la prevalenza della paura e del rancore, la convinzione di poter risolvere i problemi affidandosi a un Capo, magari d’investitura televisiva, che abbia col popolo un rapporto diretto e immediato, in cui si possa fare a meno di una classe dirigente, di un’élite. In realtà non esiste l’autogoverno del popolo, la democrazia popolare è un’utopia: l’unica distinzione realistica è tra governi dei pochi nell’interesse dei pochi, ossia le oligarchie; e governi dei pochi nell’interesse dei tanti, ossia le aristocrazie. Il populismo è efficace nella denuncia emotiva e nella protesta; assai meno sul piano della proposta e della capacità di governare il futuro.

Il compito arduo dei nazionalpopulismi è dotarsi di una visione, una cultura, riconoscere eredità, compiere una rivoluzione conservatrice e insieme formare, selezionare e premiare i migliori, ossia coloro che guideranno i popoli, classi dirigenti e non dominanti. La politica ha bisogno di alta motivazione e perciò non può che attingere al mito, che è racconto di fondazione e proiezione futura.

In questo quadro si tratta di ripensare l’esperienza europea. Il problema è rimettere in piedi l’Europa, cioè di capovolgerla. Finora l’Europa ha pensato con le gambe la tecnica e la finanza e ha camminato a testa in giù: si tratta invece di partire dalla civiltà, dalla storia e dalla geopolitica, e dalla sua unità militare, strategica e geopolitica. E non dai parametri finanziari e merceologici, che sono conseguenze ma non priorità o presupposti. Il futuro dell’Europa è legato a un nuovo assetto confederale, comunitario nelle sue differenze, duttile sul piano economico e monetario, coeso sul piano della politica estera e della capacità di fronteggiare in modo unitario le emergenze europee comuni come il terrorismo o i flussi migratori. L’Europa si poteva intendere in due modi diversi: come integrazione degli Stati nazionali e risposta e argine al sistema globalitario o all’opposto come dis-integrazione degli Stati nazionali e gradino verso il globalitarismo. È stata scelta questa seconda strada e noi oggi scontiamo gli effetti di quell’errore.

In fin dei conti, e da qualunque verso si parta, la scommessa verte sulla civiltà.

Qualche riflessione sull’accesso ai fondi fus per chi si occupa di cultura

http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2018/07/14/cambia-il-governo-ma-al-fus-non-cambia-nulla/

Spero che tutti i parlamentari di centrodestra si attivino per non consentire di prolungare per tre anni il governo del pd di cui non sentiamo la mancanza!

qui il testo dell’articolo:

L’attività di moltissimi artisti e operatori culturali, che hanno in questi anni contribuito a diffondere e rilanciare l’immagine dell’Italia nel mondo generando un indotto economico che in termini di pil vale lo 0,7 per cento di ricavi per lo Stato, purtroppo oggi è stata penalizzata dall’esclusione dell’accesso ai fondi FUS nel triennio 2018/20.

I numeri ci dicono quanto il nostro patrimonio culturale costituisca un volano essenziale per la crescita economica del Paese e un traino per altri settori, ma quando il merito viene azzerato per rispondere a interessi di parte, penalizzando produzioni culturali eccellenti, è giusto pretendere maggiore chiarezza.

La discrezionalità nella scelta dei progetti assegnatari, infatti, sta facendo emergere un quadro allarmante, perché ha prodotto la cancellazione di realtà storiche della danza, del teatro e dello spettacolo dal vivo che costituiscono un asset strategico del nostro brand Italia. Per questo motivo abbiamo ritenuto di denunciare la situazione al ministro Bonisoli in occasione dell’audizione congiunta alla Camera.

Proprio il ministro alla Cultura si è insediato nel momento in cui il suo predecessore, Dario Franceschinicon un colpo di coda nominava le commissioni che in fretta e furia hanno indirizzato  la scena culturale italiana per i prossimi tre anni con la beffa che le risorse saranno assegnate con la gestione del nuovo governo.

Un’anomalia che andrebbe sanata e per la quale ci saremmo aspettati che Bonisoli intervenisse in autotutela per ridurre il contenzioso per le amministrazioni statali, nominando una commissione super partes che verificasse i criteri di assegnazione e intervenisse, secondo la legge, per riequilibrare i fondi assegnati.

Quando la scena culturale è per tre anni ipotecata dal ministro uscente, forse un governo di discontinuità dovrebbe intervenire se non per discutere la forma, quantomeno per verificare la trasparenza dei lavori.

D’altra parte, dal modo in cui valorizziamo le nostre tradizioni, i nostri monumenti, la nostra storia, dipende in maniera significativa la reputazione stessa del nostro Paese e mettere in relazione la cultura con questi processi di sostenibilità costituisce la chiave di volta per ridefinire la nostra posizione competitiva nel panorama internazionale. Insomma, questo sedicente governo del cambiamento sembra ispirato al Gattopardo, per cui tutto deve cambiare perché nulla cambi.